Mandando le email e magari ascoltando la radio in streaming da Dubai mentre si mandano.
Cosa succede quando si mandano 20-30 email al giorno e si ascolta la radio?
Che magari una di queste email la si manda anche alla Radio, e se questi parlano di relazioni a distanza....e tua moglie è Russa e l'hai conosciuta ad Abotabad prima che diventasse famoso...bhe è un attimo che ti richiamino.
Qui la chiacchierata con Vic in The Network, su Radio Deejay
Uno degli insegnamenti del Buddha è che "una brocca si riempie goccia a goccia".
Ebbene io oramai di brocche ne ho riempite parecchie, ma la pace del Buddha non l'ho ancora raggiunta...anzi!!
Ma riprendiamo da dove ci eravamo lasciati. Nel mio bagno a Dubai dove una goccia non meglio identificata sgorga dal soffitto.
Ebbene un paio di giorni dopo la visita di Gianni, Pinotto e l'Ingénieur (vedi post precedente) sento martellate provenire dal piano di sopra. Deduco che nemmeno il francese che abita al piano di sopra è riuscito a convincere l'Ingénieur che non è lui che può aver versato tre quattro bacinelle d'acqua attraverso una piastrella rotta.
Comunque nel pomeriggio dello stesso giorno si ripresenta il trio a casa mia. Per la terza volta rientrano nel bagno, riguardano, riconfabulano. L'ingegnere nuovamenete esce dal bagno e, col tono di chi non sa spiegarsi un grande mistero della vita, mi guarda e dice "gocciola ancora".
lo incalzo con un: "eh si"
Lui quindi si abbatte e con l'espressione che può avere avuto Pilato nel suo momento più celebrato dice:"eh...qui è un danno che va oltre le nostre capacità". In quel momento temo mi stia per parlare di fonti miracolose alla Mosè nel deserto, invece fortunatamente corregge il tiro e dice: "non è ordinaria amministrazione, chiami il padrone di casa e se la veda con lui".
Potrei infierire ricordandogli che grazie alla sua idea della piastrella filtrante ho perso quasi una settimana di infiltrazione, ma oramai lui ha raggiunto quel distacco descritto dal Buddha. I mie problemi terreni legate alle gocce non sono più affar suo, se ne è liberato...lui è nel Nirvana.
....Io però se non risolvo al più presto, sarò come il bimbo in copertina.
Una delle cose che a Dubai è molto diversa rispetto ad altri paesi è che spesso, non sempre, il servizio alla clientela è decisamente migliore quando è pubblico invece che privato.
Non ho esempi recenti per il pubblico, ma per il privato si.
Di recente dal plafone del bagno, che ha un controsoffitto, ha iniziato a scendere acqua. Rimuovo quindi il controsoffitto esponendo le tubature che sono fra la soletta e il controsoffitto. Da una breve indagine vedo che lo sgoccilamento non parte da un tubo ma viene da un’infiltrazione direttamente dal cemento della soletta. Essendo venerdì mattina (festivo) aspetto fino alla domenica (lavorativa) per chiamare la manutenzione, che è un servizio del palazzo dove abito.
La domenica a metà mattina si presentano due indiani, che per comodità chiameremo Gianni e Pinotto. Dotati di potenti mezzi quali una pila e una scala entrano in bagno, esaminano e confabulano. Dopo una decina di minuti decretano:
“Non è da una tubatura, sgoccila dal cemento”.
Colpito da tanta prespicacia non posso commentare con altro che:
“Ok...so?”. [Ok...quindi?].
La risposta confortante è stata:
“Dobbiamo chiamare l’ingegnere”.
A quel punto rassicurato dalla visita dell’esperto non mi è rimasto che attendere.
Nel pomeriggio della stessa giornata sulla sogla della porta si ripresentano Gianni, Pinotto, l’ingegnere (da qui in avanti “l’ingénieur”) dotati di pila, scala e cartelletta (dell’ingénieur). Rientrano in bagno, riguradano, ricofabulano. Dopo 10 minuti la sentenza dalla bocca dell’esperto:
“Gocciola dal cemento”.
Di nuovo non posso proferire altro che:
“Ok....so?”.
L’ingénieur aggiunge
“Viene da sopra...”
Penso: “cinque-sei anni di istruzione terziaria stanno finalmente dando i loro frutti!”.
Il castello mentale mi crolla quando decreta che la causa originaria è che il vicino del piano superiore lava il pavimento, l’acqua filtra attraverso una piasterlla rotta, o un tubo di scarico del pavimento, e filtra causando lo sgocciolamento.
Non sentivo una teoria così poco credibile dai tempi del proiettile sparato in aria che rimbalza sul calcinaccio e riflette poi in testa a Carlo Giugliani. Anche in questo caso esprimo i miei dubbi e faccio notare che per quanto pulito sia il vicino di casa in tre giorni io ho svuotato due baccinelle di “acqua infiltrata”. Mi pare un quantitativo eccessivo. Ma l’ingénieur sicuro del suo verdetto decreta una visita al piano di sopra e i tre se ne vanno e dicono che la portineria prenderà appuntamento col inquilino del piano di sopra e mi farà sapere.
Più tardi chiamano dalla portineria per dirimi che l’inquilino esce di casa presto e torna tardi. Quindi fino a giovedì non possono entrare in casa sua. Resto quindi con la baccinella e con la gόccia che scava la rόccia.
Mentre in Italia si discute con vari punti di vista sull'"accordo" FIAT per Pomigliano e Mirafiori continua a tornarmi in mente quanto capitato qui negli emirati, poche settimane fa.
C'è stata di recente una grossa protesta dei tassisti di Sharja, che è un emirato adiacente a Dubai. I tassisti hanno scioperato e protestato, cosa senza precedenti nella zona, perché le compagnie che gestiscono i taxi hanno deciso di cambiare il contratto coi lavoratori. Il nuovo "accordo" prevede un aumento della quota trattenuta dalla società (aumento di circa il 20%). Inoltre la tariffa minima è passata da 3 a 10 Dh (da 0.6 € a 2.10 €), il che, a detta dei taxisti, riduce l'utenza e quindi i loro introiti.
Le società di taxi sollevano problemi legati agli aumenti di costi legati all'aumento della benziana.
Quello che mi ha colpito sono state le parole del ministro dei trasporti, che, dopo aver ascoltato le parti, ha dato ragione alle società di tassisti e ha commentato "those [cab drivers] who do not want to accept the decision can resign and leave." Che più o meno suona come:"[i tassisti] che non accettano la decisione possono licenziarsi e andare via [nei loro paesi d'origine]".
Per chi non ci vive, Dubai è come l’Inter. O la ami o la odi. Eh si. Infatti, c’è chi pensa a Dubai come un posto avveniristico dove ci sono stradone, palazzoni, macchinone, piste da sci nel deserto, palazzi alti un chilometro, hotel con più stelle di quante se ne riescano a contare...e chi pensa sia tutto finto, pensa agli schiavi che hanno costruito i palazzi, chi dice che l’acqua nel deserto non ci può stare. Insomma, chi lo ama vede solo i lati positivi, e chi lo odia solo i negativi.
Ma le somiglianze non finiscono qui. Come l’Inter, a Dubai ci sono tante nazionalità quante le persone che compongono la squadra. Ci sono persone da ogni continente che lavorano e vivono una accanto all’altra. Come Zanetti, Snejder e Balotelli qui ci sono gli Abdul, i e le Andrea e i John.
Spesso, come l’Inter, è tacciata di non avere un’anima. Di essere solo un agglomerato di persone che stanno insieme perché qui girano tanti soldi...suona familiare?
Anche dal punto di vista dell’allenatore si potrebbero vedere delle somiglianze, almeno con Murinho e i suoi modi di fare.
Sia l’Inter che Dubai, tra l’altro, saranno coinvolti nella coppa prossima coppa Intercontinentale. L’Inter come partecipante, e Dubai come città ospitante. Non è vero però che chi ama Dubai ama anche l’Inter. Infatti ad esempio spero che Dubai faccia bene come città ospitante, l’Inter invece...
In questi giorni è facile riconoscere un italiano. Anche quando non se ne va in giro con un Invicta sulle spalle o si muove in branchi rumorosi schiamazzando da un lato all'altro del marciapiede. Basta andare in un bar qualunque durante le partite della nazionale. Ci distinguano grazie ai vari "bravo", "cazzo", e "ma perché non ha portato Miccoli?" che ogni tanto partono dai vari tavoli a seconda dell'azione in corso.
Ma è di un'altra cosa che voglio parlare e che distingue immediatamente l'italiano dal resto del mondo. E' il rito che si consuma alla mattina. Quello del pucciare il frollino nel latte e le sue mille varianti. Che includono, ma non si limitano, il classico cornetto nel cappuccino, la fetta biscottata nel tè, fino all'ardito crostata nel latte di soia.
Ebbene il principe di tutto questo rito però è il biscotto. Il frollino. Il frollino è solo una cosa italiana. Nel resto del mondo non se lo filano proprio. Il massimo dell'emulazione che sono riuscito trovare in giro sono le Marie, biscotti al burro, che per sostituire una busta di macine o di tarallucci, sono costretto a comprare a pacchi.
L'unica soluzione che sono riuscito a trovare è stata quella già descritta dal grande Rino Gaetano quando cantava "e partiva l'emigrante/e portava le provviste". Così quando atterro a Dubai, col mio bagaglio stipato della mia preziosa e fragrante merce mi sento soddisfatto. Perché so che per qualche mese, la mattina, ci sarà il mio bel mulino bianco a darmi il buon giorno. (Fuffo so che mi capisci)
Un’altra delle caratteristiche di Dubai è che la lingua più usata è sicuramente l’inglese. Ok, sicuramente sono ben piazzate anche l’indi e l’araba, ma la lingua più usata sopratutto fra persone di origini diverse, e qui di origini ce ne sono tante, resta l’inglese.
Il problema è che però pochi lo parlano come prima lingua, e quindi ci si relaziona spesso in una lingua abbastanza basilare, senza riscontri grammaticali precisi e sopratutto con una pronuncia variegata di ogni termine che crea una specie di esperanto (ne avevo già accennato qui).
Un esempio di cosa semi-babele moderna (semi perché alla fine tutti si cerca di parlare la stessa lingua) è quanto mi è capitato ieri sera.
Sono andato in cerca di un sarto a Satwa, zona popolata da molti negozi gestiti indiani, per farmi fare un abito tradizionale arabo.
Visti 3-4 negozi ne ho individuato uno che prepara anche vestiti tradizionali. Mi ha fatto vedere vari modelli pre confezionati e mi ha detto che costano sui 500 dhr (ca. 100€). Gli ho risposto che mi pare un po’ troppo e gli ho chiesto quanto costa su misura.
“For you for eighty” è stata la risposta che mi sono sentito dare.
80 Dhr (17€) mi sembrava più ragionevole per un vestito che comunque non penso di usare molto. Ho pensato “alla fine me la cavo con meno di 20€.” Stupito dal fatto che su misura costi di meno gli ho fatto notare l’incongruenza.
Lui mi ha guardato con occhi bovini, inconfutabile segno del fatto che la comunicazione non è andata a buon fine.
Ha iniziato a prendermi le misure: spalle, braccia, gambe, vita. Abbiamo discusso di come voglio maniche, bottoni, collo, orlo etc. Dopo una mezz’ora di disquisizioni su misure e tagli mi ha chiesto l’acconto. Gli ho detto che per una cifra del genere non bado a spese e sono pronto a dargli tutto il dovuto al primo colpo e gli ho allungato 80 dhr. Allo stesso momento ho riconosciuto nei suoi occhi la stessa espressione vacua di pochi minuti prima mentre mi ha allungato la ricevuta.
Visto che due indizi fanno una prova, ho controllato la ricevuta. Ho notato però che mancavano ancora 400 dhr per saldare il conto. In quel’istante ho realizzato che la frase “for you for eight” (per te per ottanta) in realtà era “for you foUr eighty”(per te quattro e ottanta) (quasi 100€). Gli ho detto che non avevo capito bene il prezzo. Lui come se niente fosse ha ricominciato a contrattare offrendomi 450 dhr e ha rilanciato fino ad un minimo di 350 dhr. (70€). Praticando uno sconto del 30% su quanto offerto inizialmente. Ma oramai non lo sentivo più visto che ero già corso fuori dal negozio senza il mio vestito. Sarà per un altro sarto.
E’ stra-noto che Dubai è una città moderna. Nuova, nuovissima. Anzi, a guardarla bene, è ancora in costruzione.
Tantissimo è stato fatto in pochissimo tempo. C’è però un altro particolare. Nonostante la crisi, Dubai World, etc. Ancora è pieno di cantieri.
L’altro ieri uscendo dalla Sheik Zayad ho preso l’uscita per The Residences (zona centralissima a qualche centinaio di metri da Burj Al Kalifa). Alla rotonda a destra. Mi ritrovo in una strada sterrata. Ovviamente questo non sempre a Dubai è indice di aver sbagliato strada. Continuo convinto di ritornare in una zona asfaltata da li a poco. Dopo qualche centinaio di metri mi ritrovo circondato da un gruppo di lavoratori indiani e pakistani. Non come nei film di terrore pronti a sbranarmi e uccidermi a mani nude, tutt’altro. Non mi calcolano proprio. Come se fosse normale passare di li. A questo punto avevo già fatto almeno un paio di chilometri nel fango (la sera prima ha piovuto, evento non molto frequente qui nel deserto, ma sapete com’è: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!) ho pensato, “tanto vale continuare”.
Un po’ per curiosità, un po’ perché non c’era molto spazio per fare manovra arrivo in una striscia di terra che attraversa due laghetti artificiali uno in fase di riempimento.
La curiosità di vedere dove va a finire il tutto è troppo forte e continuo in mezzo ai due laghetti sullo sterrrato. Fino a che non incrocio uno scavatore della caterpillar che sta spostando la terra da uno dei due laghetti. Come se niente fosse si ferma per farmi passare, gli faccio cenno di passare e quello procede come se nulla fosse. Come se fosse normale che una macchina qualunque giri nel cantiere. Poco dopo individuo una strada asfaltata che mi immette direttamente su una (auto)strada a 5 corsie. Tutto questo giro senza che nessuno batta ciglio, mi chieda dove sto andando o per lo meno si giri a guardarmi...Misteri di Dubai.
Questa mattina mi sono alzato e sono andato in bagno. Dalla finestra non si distingueva bene cosa c’era fuori, sono andato in cucina a preparare il tè e la notizia che fuori non si vedeva nulla continuava a girarmi per la testa (oltre che davanti al naso dove c’è la finestra della cucina).
Da buon padano (in senso geografico, non politico), una parte del mio cervello esgue il seguente sillogismo:: fuori non si vede. Quando non si vede c’è la nebbia. Fuori c’è la nebbia.
Prendo la tazza i mitici tarallucci (che importo a chili ogni volta che parto dall’italia), e faccio colazione.
Al terzo tarallo evidentemente la caffeina e gli zuccheri iniziano a fare effetto e penso. “Uè ghe la nébbia?!?!?!!”. [E’ una drammatizzazione. Come tutti i milanesi coetanei non so il dialetto]. “Uè ghe la nébbia a Dubai???”.
Colazione coi tarallucci, nebbia fuori, manca la madùnina e il naviglio e sono a milano.
Avvicinandomi al balcone noto il grill che dal suo angole si è spostato in mezzo al balcone. Visto che a dubai l’ultimo ladro l’hanno visto nel ’74, ne escludo l’operato e finalmente realizzo che è in corso una tempesta di sabbia.
Il vento forte infatti alza la sabbia che crea l’effetto vedo-non vedo, che ha poco di sexi e molto di polveroso.
Realizzo che il tè in quetse condizioni ha a che fare più col film di bertolucci, che colla lombardia.
Meno male oggi comunque sarei comunque rimasto a casa.
Il cinese volante, che dovrò chiamare così perché è stato impossibile capire altro di lui, non parla una parola di inglese, cosa che a Dubai è piuttosto rara. Si presenta con le tende, una scala, e un carrello come quello che usano gli anziani per fare la spesa.
Gli apro il baule e vedo che ci infila le tende, il carrello, e poi mette la scala in macchina. Per un secondo temo che voglia entrare lui nel baule per far stare la scala comoda, invece fortunatamente si accomoda nell'abitacolo.
Dopo due minuti di strada ci chiede in qualche modo dove stiamo andando, domanda più da ostaggio, che da montatore visto che avevamo lasciato l'indirizzo in negozio.
Immagino che intenda sapere in che zona abitiamo. Diciamo che stiamo vicino a Burj, Burj Kalifa. L'edificio più alto del mondo. Insomma la torre appena inaugurata. Quello di cui qualunque grande mezzo di informazione ha parlato dalla CNN, alla BBC al Tg4.
Nuovamente il Cinese mi spiazza facendo intendere che non ha idea di cosa sto dicendo.
Ma come può essere? Ne hanno parlato in tutto il mondo!
Si vede persino dal Mostromart, come può essere che non sappia di cosa stiamo parlando? Mah!!
Appena entrati in casa il tipo inizia a lavorare. Ci sono da installare due tende per finestra, una leggera e una pesante.
Appena entrato mette in carica le batterie del trapano. Intanto prepara le guide da attaccare al plafone. Poi prende il trapano, fa i buchi per mettere i fisher praticamente a occhio.
Mentre con una mano gli tengo la scala, cosa che lui, mi fa capire ritiene assolutamente superflua, ma io insisto, con l'altra mano tengo l'aspirapolvere vicino alla punta del trapano. 32 buchi, due tende e 40 minuti più tardi abbiamo (più correttamente ha) finito.
Fra una tenda e l'altra gli offro un te, un succo o almeno l'acqua. Rifiuta tutto.
Lo riportiamo indietro come da accordi presi si fa scaricare sulla strada vicino al mostromarket. Ci saluta e se ne va.
I miei amici “monzambichesi” capiranno anche meglio degli altri quella sensazione di soddisfazione mista ad ammirazione e stordimento quando quattro ore dopo aver scelto il tessuto avevamo a casa nostra delle tende tagliate e cucite su misura e montate.
Viva il mostromart viva l'efficienza cinese!
Questa volta l'avventura di Dubai si riferisce al Chinese Dragon Mart: un supermercato cinese a sud di Dubai.
Attraverso la rete in qualche post in un forum sconosciuto siamo venuti a conoscenza del fatto che un tale, una volta, aveva parlato con un tipo che faceva tende e lavorava discretamente bene ed a prezzi ragionevoli al Dragon Mart.
La cosa si è rivelata, in ad una ulteriore e più attenta lettura, ancor più vaga. Del tipo che chi postava non conosceva direttamente il cinese produttore di tende, ma qualcuno gliene aveva parlato.
Con questi dati certi nel cuore non possiamo fare altro che partire e andare al Dragon Mart sicuri di incontrare il Cinese, tale “Chun”, che godeva di tanta referenza.
Il Dragon Mart da casa nostra dista una ventina di chilometri, ma sono tutti di autostrada, praticamente non c'è un singolo semaforo da casa al super. In 20 minuti siamo sul posto.
Quello che ci coglie di sorpresa sono però le dimensioni del Dragon Mart. E' praticamente un paese. Abitato per la maggior parte da cinesi. La grandezza del Dragon Mart si può evincere da un esempio un po' milanese. Le foto prese da google earth dalla stessa altitudine indicano la proporzione fra San Siro (c.d. “stadio Meazza” per i più giovani) e il “mostro market” (per gli amanti dei Simpsons).
Il market è un paese a se. Al suo interno è simile ad una fiera campionaria. I negozi sono tutti divisi da muri in cartongesso alti un paio di metri.
La lingua ufficiale è il cinese, e la collocazione degli spazi di vendita segue una logica imperscrutabile. A fianco al negozio di tende c'è chi vende gadget elettronici e chi vende pannelli solari.
Ci rendiamo conto che trovare un “Chun” qualunque in quel posto sarebbe come trovare il proverbiale ago.
Giriamo un po' di negozi di stoffe e scegliamo i tessuti, diamo le dimensioni, ci accordiamo sul prezzo e chiediamo quando possono venire ad installarle. N.B. Le tende sono piuttosto grandi, circa 3x2 metri ciascuna.
Un rapido sguardo fra la commessa e quello che, a giudicare dagli anelli sulle mani, non poteva essere altri che il pappone di zona, e ci dicono: "fra massimo tre ore sono pronte. Noi le possiamo installare, ma il tipo che viene a montarle dovete prenderlo e riportarlo qui."
Increduli accettiamo. In un altro negozio ci diedero dei tempi intorno alla settimana. Da notare che le tende andavano tagliate, cucite, installati i ganci etc.
Due ore e mezzo più tardi carichiamo in macchina quattro tende, una scala, in box degli attrezzi e un cinese.
Il cinese è la parte più affascinante della faccenda. per il prossimo post.
Una delle domande che più spesso mi viene rivolta come italiano all'estero è: ma voi italiani, come fate a mangiare sempre pasta e pizza e rimanere magri?
Quando la domanda viene degnata di una risposta più eloquente di una semplice risatina, sufficiente la maggior parte dei casi, allora solitamente mi arrampico in difficili spiegazioni sul fatto che il condimento è importante. Che il pollo grigliato NON è uno degli ingredienti del sugo alla bolognese. E che bolognese si pronuncia così.
I più demordono, ma alcuni insistono che però il pollo va nella italianissima salsa Alfredo (una specie di besciamella).
Quando spiego che questa salsa in Italia non si usa per condire la pasta smettono di credere a qualunque cosa io dica.
Oggi però mi sono dato un'ulteriore spiegazione del perché “noi” mangiamo meglio di “loro”.
La giornata di oggi è stata come il sogno descritto da Paolo Rossi.
Oggi dovevo informarmi su due cose:
1 l'estensione o la conversione del mio visto
2 come fare ad avere Al Jazeera Sport perché loro fanno vedere la serie A.
Prima le cose importanti, quindi la serie A.
Il provider della televisione, che è anche quello che ci da internet a casa e da cui scrivo (e quindi non lo nomino), è l'unico a fornire il servizio televisivo nella mia zona. Ci sono due provider, e hanno pensato bene di dividersi Dubai e non farsi concorrenza. Il servizio ne risente. Infatti all'ufficio c'era una coda assurda alla reception solo per capire a che sportello bisognava mettersi in coda.
Il receptionist, alla mia richiesta di parlare con qualcuno per avere informazioni su pacchetti televisivi, mi rifila in mano un modulo da compilare per richiedere il servizio senza spiegarmi quanto costa, che canali si vedono, quali sono le condizioni etc. Dice anche che hanno bisogno di una copia del passaporto che posso fare a pagamento li da loro.
Ho chiesto di darmi un dépliant con le informazioni. Il dépliant indicava il nome dei pacchetti, senza indicare il costo o i canali inclusi nel pacchetto...
Più inutile di così da queste parti credo che ci sia solo un calorifero o l'abbigliamento del post precedente.
Mi sono quindi recato allo sportello della televisione e scopro che quello fa orari diversi dal resto dell'ufficio. Meno male insistendo un po' la persona allo sportello, bontà sua, mi da alcune delle info che cerco.
Quindi deluso prendo la macchina dal parcheggio del centro commerciale (pagando 10 dirahm per il parcheggio!!!!) e mi avvio verso l'ufficio della immigrazione preparato al peggio.
Pensando “se questo è un ufficio privato, adesso che vado ad uno sportello pubblico non ne tiro fuori le gambe” arrivo all'immigrazione.
Parcheggio (1 dirham per un ora) e entro nell'ufficio.
Tutto climatizzato, ma questo è normale. Alla reception il receptionist, che riconosce il tipo di visto dopo 5 secondi di attesa, mi dice che per rinnovare il visto (procedura comune) devo andare ad un determinato sportello, per cambiare il visto (procedura poco comune) devo chiedere a un suo collega, ad un altro sportello e mi da il numerino per la coda. Vado allo sportello indicato e dopo la persona che avevo davanti tocca a me. (totale 2 minuti di attesa). Chiedo se posso avere un visto di studio con l'università a cui voglio iscrivermi. Mi chiede di attendere e dopo altri 2 minuti torna e mi dice che sarà l'università stessa a seguire le procedure. Il tutto dovrebbe richiedere un 3-4 giorni. Mi consiglia comunque di fare una proroga del visto se si arriva verso la scadenza. Per la proroga basta andare col numero della mia pratica, che mi ha dato lui, ad un agenzia di fianco col passaporto. Questo richiede una decina di minuti.
L'ufficio rimane aperto dalle 7.30 alle 20.30. Per venire incontro a chi lavora.
Mica male come servizio pubblico.
La gabola però c'è.
L'estensione del visto per 30gg costa 720 dirham.... quasi 150 euro!
Mica male eh!
Conclusione se hai i soldi a Dubai non hai problemi.
Ieri sera siamo andati a fare la spesa per la settimana. Siamo andati al Carrefour che si trova al city centre. Che non è il centro della città, ma un centro commerciale. Preciso perché a degli amici capitò di essere a Dubai per mezza giornata e chiesero ad un taxista “to go to the city centre”, intendendo quello che per noi sarebbe il centro. L'equivalente di piazza del Duomo a Milano per intenderci. Si trovarono all'interno del centro commerciale di cui sopra.
Il percorso fra il parcheggio del centro commerciale e il reparto frutta del supermercato è però pieno di trappole insidiose a cui nessuna donna può resistere (e qui mi sono giocato metà dell'audience). Sto parlando dei vari Zara, Esprit, H&M, Levi's etc. strategicamente piazzati vicino all'ingresso del super. Impossibili da evitare prima di entrare al supermercato.
In questo periodo per a rendere la trappola ancora più efficace c'è la parola chiave “SALE!” (saldi).
Essendo accompagnato dalla mia dolce metà, anch'io non ho potuto esimermi da un giretto in ognuno di questi negozi.
Ma cosa ti trovo dentro oltre ai saldi? La nuova collezione autunno inverno.
Eh si perché, giustamente, oltre a gli ultimi giorni di saldi con sconti fino al 60-70%, arriva anche la nuova collezione.
Ma la nuova collezione, oltre al blu, che sostituisce il pessimo viola dell'anno scorso, e ai soliti nero e grigio, la cui produzione costa meno alle case di moda e quindi sono sempre “di moda”, (come vedete sono preparatissimo!) porta anche maglioni, giacche e giacconi.
Quindi ampi settori dei vari negozi sono occupati da giacche, cappelli, guanti etc.
La contraddizione, lo avrete già capito, è che ad oggi qui ci sono 37° di massima e 32° di minima. Il guanto mi è un po' fuori posto.
Allora ci sono due spiegazioni comunque assurde. E delle due una deve essere vera.
O la gente di Dubai è fuori di testa e si compra cose per l'inverno come se fosse in Europa. Qualcuno obbietterà che tanti viaggiano e si comprano cose per quando vanno in posti freddi, ma non possono essere così tanti da giustificare tutta questa merce. Non parlo infatti di un piccolo settore, ma di ampi settori dedicati alle cose invernali.
La seconda possibilità è che le varie case di moda mandino in tutto il mondo le stesse collezioni, senza distinzione.
Ma come possono non realizzare che ciò ha un costo economico piuttosto significativo? Perché portare qui giacche e cappotti se poi non vengono venduti sostenendo i costi di esportazione e esposizione di merce che non sarebbe venduta? Senza menzionare il costo sociale e l'impatto ambientale di questa politica.
Non ho ancora una spiegazione, ma spero di non trovare caminetti nel primo negozio di materiale per la casa che visiterò.
Ieri sera sono stato in un policlinico nell'area di Bur-Dubai. (nulla di grave, solo consulta dal dentista)
Bur è una zona piena abitata di Indiani e Pakistan.
Non sapevamo esattamente dove fosse la clinica quindi abbiamo parcheggiato e camminato in giro per le strade di Bur in cerca del dentista. Sembrava di essere a Islamabad. Anzi, più a Lahore che Islamabad.
Tante luci. Tante Shelwar Kamize (quei vestiti lunghi e scomodi monocormatici).
Poi siamo entrati nella clinica. Quello che non poteva non colpire era il misto di colori di pelle.
Ci saranno state una ventina di persone in attesa. Pakistani, indiani mussulmani, indiani indu, uno con tanto di turbante e barbona lunga e bianca.
Una bambina col segno del terzo occhio lanciava urletti dalle braccia del padre.
Ragazzi africani uno dei quali con metà faccia gonfia dal mal di denti.
Di un paio di persone non sono riuscito a capire l'origine. Forse medio orientali o est europei.
Più un europeo, io, e una russa.
Tutti assistiti da una receptionist indiana, da un dentista incollocabile, probabilmente medio orientale, e da un cassiere africano.
Il misto di colori era completato da un misto di suoni. Tutti parlavano inglese, ma il misto di accenti faceva si che la lingua parlata realmente fosse ben lontana da quella di Oxford. Il tutto era poi mischiato da cenni e linguaggi del corpo completamente contraddittori e differenti fra loro. Indiani che scuotono il capo per annuire. Donne velate che parlavano con un filo di voce appena udibile intervallate ad anziani pakistani urlanti. Un miscuglio in tutti i sensi. Per tutti normalissimo.
In tutto questo miscuglio, incredibilmente, chi mancava veramente, erano i padroni di casa. Gli arabi non c'erano e probabilmente in quella clinica non ci sono mai stati.
Dubai mi sembrava veramente un terra neutrale. Un posto senza storia e senza tempo dove gli abitanti vengono da tutto il mondo e si incontrano qui.
Una neutralità strana. Interessante.
Mentre questo post potrebbe essere un titolo di una canzone del sempre ottimo cantautore Robert Nesta Marley, in realtà non lo è.
Infatti l’erba a cui mi riferisco è quella di Dubai.
Nonostante i grattaceli, le strade a 3, 4, a volte 5 corsie nel mezzo della città, la metrò automatica più lunga al mondo e la costruzione umana più alta mai eseguita, quello che mi stupisce è l’erba.
Eh si perché in un paese dove, si dice, sia stato arrestato un turista a cui avevano trovato un seme di papavero (vietato per legge) incastrato fra i denti dopo aver mangiato un panino con i saporiti semini neri a Londra, si capisce quanto poco ci voglia per rischiare. E quando ti chiami “erba” confondersi è un attimo.
Questa di Dubai comunque è un erba caparbia.
Che si attacca nei praticelli dei giardini e delle aiuole. Resistendo a temperature altissime.
È un erba eroica. Perché fare l’erba di questi tempi non è facile. Eh no! Fra pesticidi, riscaldamento terrestre, cani, e buco nell’ozono è una vita dura. Ma, all’erba di Dubai, è capitata anche un’altra sfiga. Quella di essere nata in mezzo al deserto. Posto non proprio facile.
E infatti viene innaffiata puntualmente tutti i giorni per svariate ore per poter sopravvivere. Il processo ovviamente è automatico. Altrimenti l’innaffiatore umano non resisterebbe. Il che porterebbe inevitabilmente alla scomparsa anche dell’erba stessa.
Non è però tutto oro quello che luccica. Infatti queste aiuole verdi in mezzo a stradine e prati sono pianificati. Hanno poco di quell’erba che c’è da noi. Quella spontanea. Quella che cresce spavalda fra una crepa dell’asfalto e un bordo di cemento per dire “se mi date un angolo di terra ci penso io a riempirla”. L’erba da noi ha un solo nemico che la batte irrimediabilmente: il campo da calcio. Quando infatti una zona di un parco viene adibita a tale scopo non c’è erba che tenga. Dopo qualche partita il verde lascia il posto al marrone.
Quell’erba è quella coi fili sottili. Quasi tondi. Questa è come l’erba americana. È larga. Piatta. Grossa. Corazzata. Sembra quasi sintetica.
Comunque per quanto corazzata è pur sempre coraggiosa e, a volte, inaspettata.
la prima impressione, quella che si riceve dall'aereo ancora prima di atterrare non può che essere quella di un paese particolare. Intorno alla città non c'è nulla. Deserto. E' come se qualcuno, atterrando a Linate, si trovasse con una città intorno (bada bene l'aeroporto di Dubai è più grande di quanto le più sfrenate fantasie formigoniane vorrebbero Malpensa); ma, per continuare il parallelo Milano-Dubai, è come sei i vari Cologno Monzese, Carugate, Segrate etc. non esistessero.
Solo sabbia. Tipo un'infinita spiaggia di Jesolo.
Appena usciti dall'aeroporto, dentro il quale si è preservati dall'aria condizionata, ci si accorge che non è la sabbia che non c'entra col posto. Sono i palazzi ad essere fuori luogo!
Il caldo è come quello padano di agosto 2003, solo che è potenziato. Come ulteriore tortura sono stati installati dei ventilatori che gettano acqua sulle pale (come in Duomo) appena fuori dall'aeroporto. Questa tecnica dona al caldo quella percentuale di umido per portarlo a raggiungere il 100% in un misto di caldo desertico e umidità tropicale. L'ultimo passo sarebbe inserire delle zanzare tigre per rendere l'impatto fatale.
Dall'arrivo sub tropicale si passa, nel giro di pochi minuti, se non c'è coda per i taxi, ad un clima nordico. La temperatura all'interno del taxi infatti fa si che si appannino i finestrini...fuori! Tipo Di Caprio e la Winslet in Titanic, ma al contrario.
Il taxista indiano, visto che vede il passeggero accaldato e grondante di sudore, pensa bene che il “soffio della morte” proveniente dai bocchettoni dell'aria condizionata può tonificare. Quindi lo mette a tutta manetta causando, nella migliore delle ipotesi, un blocco alla cervicale. Nella peggiore collasso dell'apparato digestivo che, combinato col pessimo cibo dell'aereo, causa un'immediata urgenza di evacuazione.
Le fitte causate dall'immediata “eccedenza di liquidità” portano picchi di dolore e ulteriore sudorazione, che convince l'autista del taxi a intensificare, se possibile, il flusso di aria gelata creando un circolo vizioso capace di stendere un cavallo.
Una volta passata la prova taxi, chi ce la fa, raggiunge la casa in volata.
Nel mio caso un monolocale carino zona al-Mankhool street angolo Kuwait road..